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Un cardiologo di successo in Texas

22-11-2017

Stefano Sdringola Maranga è un umbro doc, si è laureato nel 1990 all'Università degli Studi di Perugia e dopo 2 esperienze di training all'estero ha inseguito fuori dalla sua regione di origine il suo obiettivo di diventare un cardiologo di successo. E ci è riuscito! Oggi lavora all'Università del Texas - Medical School di Houston, la culla della cardiochirurgia mondiale. Noi lo abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto cosa ne pensa della fuga dei cervelli, cosa lo ha spinto ad emigrare e se sarebbe felice di tornare...

Prima di partire per gli Stati Uniti, hai lavorato in Italia? Se sì, che ricordi hai di quel periodo?

Mi sono laureato con lode alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università degli Studi di Perugia nel 1990. Durante gli studi e nei due anni successivi ho incontrato tanti bravissimi medici ed infermieri che mi hanno insegnato l'arte ed orientato le mie scelte future con il loro esempio. Ho incontrato degli innovatori, professionisti eccezionali ed orgogliosi del proprio lavoro, abituati e capaci di agire malgrado le limitate risorse disponibili. La mia passione era (e lo è tuttora) la lotta contro le malattie cardiovascolari e desideravo avere il miglior training possibile in cardiologia. Così, mentre studiavo per entrare alla scuola di specializzazione in Italia, ho imparato l'inglese ed ho superato un esame di equiparazione della nostra laurea in medicina con quella degli Stati Uniti. Con quel certificato era possibile lavorare "hands on" con pazienti e non solo fare ricerca di laboratorio una volta entrato negli States. La mia idea era di stabilirmi in Italia ed, al bisogno, fare degli stages per imparare tecniche avanzate all'estero da applicare in Italia. Perugia mi apparteneva ed era il mio solo grande mondo.


Perché hai deciso di trasferirti negli USA? Quali ostacoli hai dovuto affrontare?

Nonostante il mio impegno giornaliero, il lavoro da volontario e gli ottimi voti non sono riuscito ad entrare nella scuola di specializzazione di cardiologia a Perugia. In estate feci due viaggi all'estero (uno ad Amsterdam ed uno a New York) che mi permisero di vedere come si lavorava nelle università e negli ospedali di quei paesi. Rimasi colpito dalla loro cultura e dai loro ambienti di lavoro. Pulizia, efficienza e rispetto, a cui non ero certo abituato. Il direttore del dipartimento (il nostro "primario") era il primo a parlare con i pazienti, le loro famiglie ed a mettersi a disposizione degli specializzandi e degli studenti. Il beneficio per il paziente era al centro di tutto.
Cominciai allora a fare dei confronti e non mi sembravano più giusti certi comportamenti che prima accettavo come si accettano gli eventi naturali. Non era giusto che i professori fossero inamovibili e che potessero favorire impunemente ora l'uno ora l'altro dei propri studenti e sottoposti. Non era giusto che il benessere dei pazienti e delle loro famiglie non fosse la prima preoccupazione e la guida di tutte le loro azioni. Vedevo ingiustizia, mancanza di meritocrazia e impossibilita' di denunciare azioni palesemente illegali.
Quando al secondo tentativo di entrare alla specializzazione in cardiologia fui di nuovo scartato a vantaggio di candidati chiaramente al di sotto degli standard a cui aspiravo, ho deciso che fosse il tempo di muoversi. Mi venne detto che se me ne fossi andato da Perugia le porte si sarebbero chiuse per sempre. A malincuore ho fatto le valigie per andare dove avevano bisogno di me. Il primo a darmi un contratto di lavoro di un anno (necessario per poter entrare negli Stati Uniti) fu il Cabrini Medical Center, un piccolo community hospital di Manhattan, New York City, dove ero stato alcune settimane come "observer" un anno prima. Dopo solo sei mesi avevo già un contratto da resident alla prestigiosa University of Texas Health Science Center di Houston, al Texas Medical Center, il più grande centro medico al mondo, la culla della cardiochirurgia mondiale.

Che differenze hai trovato con la realtà italiana?
Differenze radicali sull'efficienza dei servizi, centralità del paziente, ma soprattutto a me interessava il training e quello è stato eccezionale. A quel tempo c'era una differenza abissale. Si lavorava in media 80 ore alla settimana, spesso 36 ore continuate. Questo creava selezione, abitudine al sacrificio ed un'esperienza in procedure e trattamenti impagabile. Non si era mai soli perché c'era sempre il livello superiore pronto ad intervenire al bisogno, in qualsiasi ora, a servizio dei pazienti. La mattina presto si dovevano presentare tutti i nuovi ricoveri e cosa era stato fatto davanti ad un gruppo di professori e altri colleghi, accettandone le critiche costruttive ed i suggerimenti. A questo ritmo di apprendimento un resident del secondo anno era già in grado di gestire la corsia e le sue emergenze anche in terapia intensiva. Un errore del resident era soprattutto l'errore del responsabile di reparto ("Teaching attending", tipicamente uno dei professori dell'università) che quindi aveva grande premura nell'insegnamento e nell'essere presente durante e dopo i teaching rounds al letto del paziente. Il mio contratto, così come quello del mio attending e della maggior parte dei vari livelli di professore universitario venivano rinnovati di anno in anno. All'inizio mi sembrava strano dover vivere con questa incertezza ma poi ho capito che era un vantaggio poter rinegoziare sempre il proprio contratto quando si è un valore per l'organizzazione di cui si è parte ed essere premiati per un lavoro ben svolto. Si sente la struttura organizzativa seguire da vicino i processi per mettere nelle migliori condizioni i suoi impiegati e renderli più produttivi possibile.

Attualmente qual è la tua attività lavorativa?
Durante gli anni sono sempre rimasto all'Università del Texas Medical School di Houston dove ho fatto carriera accademica fino ad ottenere il titolo di Professore in Medicina interna/cardiologia e Distinguished University Chair. Ho anche ottenuto un Master in Healthcare Administration.
Ho potuto avere la gioia di insegnare cardiologia a centinaia di studenti, resident e specializzandi in cardiologia e terapia interventistica. Ho fatto ricerca clinica ed al momento ho in corso uno studio (CENTURY Health Study) che vorrebbe cambiare il modo di fare cardiologia, credendo in un approccio che vede il paziente come grande parte della cura e della prevenzione delle malattie cardiovascolari. Lo scopo è quello di ridurre i costi e migliorare la salute dei cittadini.
Da due anni ho deciso di lavorare all'università solo part-time entrando a far parte di un gruppo di 22 cardiologi in attività privata (metà dei quali sono stati miei specializzandi!) dedicandomi di più al servizio nella comunità.

Qualcuno in Italia ha beneficiato della tua esperienza all'estero?
Spero di si!
Ho avuto molti studenti e neolaureati che hanno fatto un po' il mio percorso. Mi scrivono, mi chiedono un consiglio o di poter venire ad osservare il sistema di lavoro ed apprendimento negli Stati Uniti. A me questo fa grandissimo piacere però gli dico sempre di cercare di riportare nella nostra Italia la parte positiva di quanto imparato dalle altre culture. Con molti sono rimasto in contatto e mi fa davvero emozionare ricevere magari un saluto per le feste di Natale.

Prenderesti in considerazione la possibilità di tornare in Italia? E in Umbria?
Quando sono venuto negli Stati Uniti nel 1993 l'ho fatto con l'idea di rientrare alla fine del mio training. Certo che vorrei tornare a casa mia, con umiltà e discrezione ma con la consapevolezza che potrei portare dei valori utili alla mia gente. I sacrifici a cui ho sottoposto la mia famiglia sono stati veramente grandi, ci siamo tolti qualche soddisfazione, ma siamo sempre degli emigranti in una terra che non è la nostra. Ho ancora ottimi amici e conosco medici di grandissimo livello che stanno facendo crescere la cardiologia e l'Università di Perugia in maniera esponenziale. Onore a loro, con grandissima gratitudine.

Secondo te, cosa dovrebbe fare l'Italia (e l'Umbria) per frenare l'emigrazione o rendere maggiormente attrattivo il mondo del lavoro?
Sarebbe bello se avessi una soluzione! Io non conosco bene qual è la realtà attuale del mondo del lavoro in Italia ma quello che vi posso dire da osservatore esterno è la sensazione che ci sia bisogno di una rinascita culturale.
Sono affascinato dalla creatività, intelligenza e radici degli Italiani. Una ricchezza che penso ci venga dall'essere stati esposti a così tante culture diverse nel corso dei secoli. E' un valore unico che però mi sembra sia mortificato dalla mancanza di regole di comportamento chiaro ed una ferma applicazione di una giustizia certa ed uguale per tutti. A partire dalle scuole bisogna restaurare il senso civico dei nostri padri, il rispetto delle regole del gioco onesto ed una sana competizione a qualsiasi livello. Bisogna lavorare come una Nazione unita per il bene comune che educa e mette nelle migliori condizioni i suoi giovani, il suo futuro. Bisogna dare più spazio ai media per onorare ed amplificare le azioni virtuose dei nostri cittadini. Bisogna ritrovare l'entusiasmo, l'orgoglio di essere Italiani, gratificati da un lavoro ben fatto. Questi sono valori essenziali. Non bisogna andare tanto indietro nel tempo per riscoprirli!